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Tentativo di conciliazione obbligatorio anche per le domande risarcitorie nelle controversie tra utente ed operatore del servizio

Il caso. Una società agiva in giudizio nei confronti di più compagnie telefoniche al fine di ottenere la risoluzione per inadempimento di un contratto di fornitura di servizi telefonici e chiedeva l’indennizzo contrattuale, lo storno di alcune fatture e il risarcimento dei danni subiti.

Il tribunale di Milano dichiarava le domande improponibili per il mancato esperimento del tentativo di conciliazione obbligatorio. La Corte d’appello di Milano condannava in solido le compagnie telefoniche al pagamento di un risarcimento.

 

Una compagnia telefonica ha proposto ricorso per cassazione contro tale decisione denunciando violazione o falsa applicazione dell’art. 1, comma 11, l. n. 249/1997 ritenendo improponibile la domanda risarcitoria in difetto dell’espletamento del tentativo obbligatorio di conciliazione.

 

Risarcimento del danno e tentativo di conciliazione obbligatorio. Il Collegio ricorda come, secondo la giurisprudenza di legittimità, il tentativo di conciliazione obbligatorio ex art. 1, comma 11, l. n. 249/1997 non è affatto da escludere per le domande risarcitorie (cfr. Cass. civ., n. 24711/2015). La norma in questione prevede un tentativo obbligatorio di conciliazione nelle controversie insorte tra utenti e soggetti autorizzati o destinatari di licenze. Non vi è, pertanto, ragione per escludere dal suo ambito di applicazione le domande risarcitorie conseguenti alla violazione dei rapporti contrattuali tra operatori ed utenti del servizio. 

 

Il termine fissato dal giudice per l’espletamento del tentativo. Il mancato esperimento del tentativo di conciliazione, però, non si può ritenere condizione di proponibilità della domanda (come preteso dalla ricorrente), ma costituisce solo una condizione di procedibilità di essa, ed impone al giudice di fissare alle parti un termine per il suo esperimento (v., ex multis, Cass. civ., n. 24711/2015 e Cass. civ., n. 17480/2015).

 

Nel caso di specie, osservano i Giudici, l’ordinanza con cui era stato assegnato il termine per l’espletamento del tentativo di conciliazione risulta revocata dalla stessa Corte d’appello, pertanto, tale termine non si può ritenere effettivamente assegnato alle parti.

 

Ed è per questo che la Suprema Corte ha cassato la sentenza impugnata rinviandola alla Corte d’appello di Milano, perché la fattispecie sia rivalutata alla luce dei ricordati principi.

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