Giurisprudenza commentata

Natura parziaria dell'obbligazione di pagamento del compenso arbitrale in caso di frazionamento previsto nel provvedimento di autoliquidazione

10 Maggio 2017 |

Cass. civ.

Arbitrato

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni |

Massima

In tema di obbligazione per il pagamento del compenso arbitrale, l'autoliquidazione degli onorari da parte degli arbitri, che è fonte di obbligazione nella sola ipotesi in cui essa sia accettata da entrambe le parti, può dar luogo ad obbligazioni parziarie ove i debitori abbiano accettato (anche per facta concludentia) la divisione dell'obbligazione originaria in due (o più) obbligazioni di diversa entità, ciascuna posta a carico delle parti di quel giudizio, corrispondenti a diverse frazioni aritmetiche del tutto, ove le stesse si siano limitate a contestare il solo ammontare complessivo del credito degli arbitri, riconoscendo sia la sussistenza dell'obbligazione di pagamento sia la sua misura frazionaria.

Il caso

Con ordinanza resa ai sensi dell'art. 702-ter c.p.c. il Tribunale di Trento accoglieva il ricorso proposto dai componenti di un collegio arbitrale teso ad ottenere la condanna in solido delle parti del giudizio arbitrale al pagamento del compenso dovuto.

Avverso tale ordinanza alcune parti del giudizio arbitrale proponevano appello con il quale contestavano l'entità del compenso liquidato e chiedevano, di conseguenza, la restituzione della maggior somma già versata agli arbitri in esecuzione del provvedimento di primo grado, mantenendo ferma la ripartizione della liquidazione del compenso disposta dal collegio arbitrale.

La Corte d'Appello di Trento, pur accogliendo il primo motivo di gravame, rigettava la domanda di restituzione di quanto corrisposto in eccedenza in attuazione dell'ordinanza di primo grado, nel presupposto della natura solidale dell'obbligazione di pagamento del compenso arbitrale.

Avverso la decisione della Corte d'Appello di Trento era proposto ricorso per Cassazione, con il quale si prospettava l'erroneità e la contraddittorietà del provvedimento impugnato nella parte in cui, pur riducendo l'importo della liquidazione del compenso riconosciuto agli arbitri, non accoglieva la domanda di ripetizione dell'indebito tesa ad ottenere la restituzione di quanto corrisposto in eccedenza.

La Corte di Cassazione, con la decisione in esame, accoglie il ricorso e pone a fondamento della statuizione il fatto che l'originario provvedimento arbitrale, nel liquidare le spese del procedimento, aveva suddiviso l'obbligo di corrispondere il compenso in capo alle parti in due frazioni differenti: una della misura di due terzi del compenso complessivo posta a carico di una delle parte e l'altra della misura di un terzo posta a carico dei ricorrenti che avevano proposto ricorso per Cassazione.

Sulla base di questa premessa i giudici della Suprema Corte affermano che, - poiché la suddivisione del compenso fra le parti dell'originario giudizio arbitrale era stata accettata da queste ultime, che non la avevano contestata e che avevano anche proceduto inizialmente al relativo pagamento rispettandola sotto il profilo della misura della distribuzione -, erroneamente i giudici della Corte d'Appello avevano continuato a considerare l'obbligazione originaria di pagamento del compenso come un'obbligazione solidale, atteso che quest'ultima aveva dato luogo a due distinte obbligazioni parziarie gravanti in misura diversa su ciascuna delle parti del procedimento arbitrale.

La questione

La sentenza in commento affronta, principalmente, la questione relativa alla natura dell'obbligazione di pagamento del compenso in favore del collegio degli arbitri che grava sulle parti di un giudizio arbitrale, in particolare nell'ipotesi in cui l'autoliquidazione del compenso disposta dagli arbitri abbia anche stabilito una particolare suddivisione dell'obbligazione tra le parti e questa sia stata accettata limitatamente a questo specifico profilo.

Infatti, - nel richiamare il principio consolidato secondo cui l'autoliquidazione del compenso arbitrale costituisce fonte di obbligazione solo a condizione che essa sia accettata da tutte le parti del giudizio arbitrale, poiché solo in questo modo si perfeziona il regolamento contrattuale (cfr. Corte di Cassazione, sent., n. 4743/2003, n. 7601/2001 e n. 3945/1999) -, la Corte di Cassazione afferma che tale vincolo può investire anche la misura del frazionamento, e prima ancora il fatto stesso che l'obbligazione relativa al compenso sia frazionata fra le parti, quando ciò sia accettato dalle parti, anche eventualmente per comportamento concludente. Il che è proprio quanto si era verificato nella fattispecie posta all'attenzione della Suprema Corte, in cui le parti del giudizio arbitrale, pur non avendo accettato la quantificazione del compenso - che infatti era stata contestata dando luogo ad un contenzioso giudiziale -  avevano invece prestato acquiescenza al frazionamento del compenso disposto dal collegio arbitrale.

Da tale premessa, quindi, si fa derivare il fatto che l'obbligazione di corrispondere il compenso arbitrale, astrattamente solidale e gravante interamente su tutte le parti, sia suddivisa in due obbligazioni parziarie con l'ulteriore conseguenza che, una volta che il compenso inizialmente liquidato era stato ridotto, deve riconoscersi il diritto alla ripetizione di quanto corrisposto in eccedenza in esecuzione del provvedimento di primo grado e sempre nel rispetto della suddivisione in quote disposta nell'originario provvedimento di autoliquidazione degli arbitri. Ciò proprio nel presupposto che l'originaria obbligazione astrattamente solidale si fosse suddivisa in due obbligazioni parziarie, di diversa entità, e gravanti in proporzione a questa misura sulle diverse parti del procedimento arbitrale, il che risultava accettato da queste ultime che non avevano contestato la autoliquidazione degli arbitri relativamente a questo specifico aspetto.

Nel giungere a questa conclusione la Corte di Cassazione ribadisce anche che la domanda di ripetizione di quanto corrisposto in esecuzione di un provvedimento di primo grado (o di un decreto ingiuntivo poi revocato) non costituisce domanda nuova, potendo essere proposta per la prima volta nel giudizio di appello, con la conseguenza che il giudice è tenuto ad esaminarla senza poterla dichiarare inammissibile, in conformità con consolidato orientamento giurisprudenziale (cfr. Cass., ord., n. 23260/2009, sentenza n. 16632/2002). Tant'è che si è anche affermata la possibilità di chiedere la restituzione per la prima volta in sede di udienza di precisazione delle conclusioni nel giudizio di appello (cfr. Cass., sent., n. 6457/2015). 

In conseguenza di ciò, quindi, poiché nell'erroneo presupposto della natura solidale dell'obbligazione di corrispondere il compenso la Corte territoriale non aveva esaminato i documenti prodotti dai ricorrenti tesi a dimostrare l'avvenuto pagamento dell'eccedenza, la Corte di Cassazione afferma il principio di diritto della natura parziaria, in questo caso, delle singole obbligazioni di corrispondere il compenso e, posta l'ammissibilità della domanda di ripetizione di quanto corrisposto in eccedenza, cassa la sentenza impugnata con rinvio ai giudici della Corte d'Appello in diversa composizione.

Le soluzioni giuridiche

La decisione in commento, nell'affermare il principio di diritto secondo cui l'autoliquidazione degli onorari da parte del collegio arbitrale, fonte di obbligazione solo qualora sia accettata da entrambe le parti del giudizio arbitrale, può dare luogo anche a due distinte obbligazioni parziarie, qualora le parti abbiano accettato la suddivisione dell'obbligazione originaria in due o più obbligazioni di diversa misura sembra, almeno apparentemente, porsi in contrasto con la consolidata ricostruzione secondo cui l'obbligazione di corrispondere il compenso agli arbitri ha natura solidale, ricostruzione che trae fondamento dall'espressa previsione dell'art. 814, primo comma, c.p.c., che recita: «Le parti sono tenute solidalmente al pagamento, salvo rivalsa tra loro». Si tratta, peraltro, di un principio affermato dalla Corte di Cassazione sin dalla risalente sentenza n. 13174 del 1999, che così recita in motivazione: «Va ricordato al riguardo che qualunque sia la natura, pubblicistica o privatistica, dell'arbitrato rituale, tra i contendenti e gli arbitri si perfeziona, con l'accettazione dell'incarico da parte di questi, un contratto di diritto privato - riconducibile al contratto di opera intellettuale (così Cass. n. 2800/1990, n. 6293/1984, n. 21/1982) - dal quale deriva, da un lato, l'obbligazione degli stessi arbitri di decidere la controversia loro devoluta e, dall'altro lato, l'obbligo in via solidale dei contendenti di corrispondere il compenso per l'opera prestata».

In realtà, a ben vedere, il contrasto è più apparente che reale e scaturisce dalla particolarità della fattispecie posta all'attenzione della Suprema Corte. Quest'ultima, infatti, approda alla soluzione fin qui prospettata, prendendo le mosse dalla ricostruzione che attribuisce rilievo all'accettazione delle parti ai fini della vincolatività della liquidazione del compenso disposta dagli arbitri; ed infatti, in linea con quanto previsto dall'art. 814, secondo comma, c.p.c., - secondo cui «Quando gli arbitri provvedono direttamente alla liquidazione delle spese e dell'onorario, tale liquidazione non è vincolante per le parti se esse non l'accettano» -, si ribadisce che il provvedimento di autoliquidazione degli onorari ad opera degli arbitri per essere vincolante presuppone l'accettazione delle parti.

Nel caso in esame, la Corte di Cassazione valorizza, come già evidenziato, ai fini dell'affermazione del principio di diritto e della consequenziale decisione, la circostanza che ad essere accettata dalle parti non era stata l'entità del compenso, ma la relativa suddivisione in distinte porzioni disposta gli arbitri (due terzi a carico di una delle parti un terzo a carico dell'altra parte), con la conseguenza che tale accettazione aveva determinato la trasformazione dell'obbligazione astrattamente solidale in concretamente parziaria.

Si tratta, quindi, a ben vedere, non già dell'affermazione del principio della generalizzata natura parziale dell'obbligazione di pagamento del compenso arbitrale, che del resto non avrebbe potuto avere luogo stante il chiaro tenore dell'art. 814 c.p.c., quanto, piuttosto, dell'affermazione di un principio di diritto molto più limitato e  specifico, che trae la propria origine dalla natura contrattuale dell'accordo sul compenso arbitrale che scaturisce dall'accettazione dell'autoliquidazione; in quest'ottica, quindi, l'accordo, che scaturisce dallo scambio di proposta (autoliquidazione del compenso disposta dagli arbitri) ed accettazione (adesione delle parti), ben può riguardare anche la misura in cui l'obbligazione debba gravare sulle parti, con ciò, quindi, consentendo, di fatto, a queste ultime di derogare alla regola generale della natura solidale dell'obbligazione di corrispondere il compenso, trasformandola in parziale.

In altri termini, il principio affermato nella sentenza in esame valorizza la natura contrattuale dell'obbligazione di pagamento del compenso arbitrale che, perfezionandosi con l'accettazione delle parti, può anche investire le modalità con le quali gli arbitri hanno inteso distribuire tra le parti il “peso” degli onorari, con un effetto, perciò, da un lato, limitato, nel senso che la vincolatività dell'autoliquidazione attiene solo a questo profilo, e, dall'altro lato, comunque significativo se si considera che la regola generale è quella della solidarietà. Tant'è che poi, all'interno della suddivisione dell'obbligazione già frazionata tra i diversi coobbligati che fanno capo ad un'unica parte processuale continua ad operare la regola della solidarietà, sebbene, nel caso di specie, soltanto nei limiti della misura posta a carico di quella determinata parte intesa come centro di interessi e, quindi, potenzialmente anche plurisoggettiva. 

Osservazioni

Il principio di diritto affermato nella decisione in commento, pur ponendosi in apparente contrasto con la regola generale della natura solidale di corrispondere il compenso agli arbitri, ne determina, in realtà, una deroga limitata solo nei termini precisati, ricollegandosi al consolidato orientamento che ricostruisce l'obbligazione di corrispondere il compenso arbitrale, qualora questa scaturisca da un provvedimento di autoliquidazione, come una convenzione negoziale che ravvisa, appunto, nel provvedimento di autoliquidazione il momento iniziale, ossia la proposta contrattuale e  che, come tale, per poter produrre effetti, postula necessariamente l'accettazione da parte di tutti i contendenti (in questi termini Corte di Cassazione, sent., 3945/1999 e sentenza n. 7601/2001). Tant'è che, soltanto in caso di accettazione da parte di tutti i contendenti, il Presidente del Tribunale, al quale viene richiesto di effettuare la liquidazione giudiziale di spese ed onorari del collegio arbitrale, può provvedere in conformità rispetto a quanto liquidato dagli arbitri stessi, ossia qualora accerti che le parti siano d'accordo anche sull'entità del compenso, dovendo, diversamente, egli procedere ad un'autonoma liquidazione, con ordinanza impugnabile ai sensi dell'art. 111 c.p.c. (cfr. Corte di Cassazione, sent., n. 631/2000 e n. 6597/1997), che terrà conto, tra l'altro, dell'oggetto della controversia, della natura ed entità dell'attività, anche istruttoria e decisoria compiuta dagli arbitri.

La particolarità del principio affermato, quindi, scaturisce dal fatto che, nel caso di specie, poiché le parti non avevano contestato la suddivisione in misura diversa del compenso tra di esse, viene riconosciuta espressamente la possibilità che l'adesione delle stesse investa non soltanto e non necessariamente la misura il compenso, ma anche la distribuzione del relativo peso tra di esse, trasformando, in questo modo, l'obbligazione da solidale in parziale.

Sotto il profilo pratico risulta di interesse anche il richiamo contenuto nella parte finale del provvedimento al principio di diritto in virtù del quale la domanda di restituzione di quanto corrisposto in eccedenza in esecuzione di un provvedimento giudiziale non costituisce domanda nuova e, come tale, può essere proposta anche per la prima volta in appello, costituendo solo un accessorio della domanda principale ed essendo il suo accoglimento conseguenza necessaria, ai sensi dell'art. 336 c.p.c., dell'eliminazione, in questo caso parziale, dalla realtà giuridica dell'atto solutorio posto in essere.

Si tratta di un principio di diritto più volte affermato dalla Corte di Cassazione, principalmente con riferimento ai giudizi di opposizione a decreto ingiuntivo, in cui è più facile che sussista in concreto un interesse alla restituzione di importi corrisposti atteso che risulta già emesso un titolo giudiziale, eventualmente esecutivo, in virtù del quale possono essere stati effettuati dei pagamenti e che può essere revocato con la statuizione finale; in questi casi - ma con un principio che, come evidenziato, ha portata più generale - la domanda di ripetizione delle somme corrisposte in esecuzione della provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo opposto non viene qualificata come domanda nuova, poiché si ritiene implicitamente contenuta nell'istanza di revoca del decreto ingiuntivo stesso (in questi termini, Cass., ord., n. 2946/2017, ordinanza n. 23260/2009,  sentenza n. 8043/2003), tant'è che se ne ammette pacificamente la proposizione per la prima volta anche in grado di appello (cfr. Corte di Cassazione, sent., n. 5787/2005). 

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